AD ANGELA

  • Oggi ho letto questa lettera scritta da Tiziano Terzani alla moglie, e pubbicata sul Corriere

     

    3 aprile 1999, Gurukulam

     

    Ad Angela. Ore quattro del mattino, mi sveglio in mezzo a sogni senza drammi di posti lontani, di storie come di un’altra vita e mi ritrovo in questo strano posto, con le zanzare che mi ronzano negli orecchi e mi costringo a non ucciderle, con la brezza frasca, quasi fredda della notte che soffia fra le due finestre.

    Il mio primo pensiero è a te, Angelina, a scriverti, a tendere la mano verso una lontananza dove so che tu sei e che se non ti sapessi esistere mi lascerebbe senza vita. Sono qui solo perché so che, non da qualche parte nel mondo, ma lì, in quella casa, a tenere acceso il fuoco di tutti ci sei tu.

    Seduto sotto le giovani palme che frusciano rumorose come avessero fronde di metallo, ripenso al nostro rapporto di giovani. La nostra, fin dall’inizio, è stata – vista ora – una comunione di vita, un istintivo accordo su come guardare il mondo e sul dove andare; un istintivo riconoscersi. Il desiderio fisico non era mai quello che si consuma nell’umidità sudorosa di due corpi; almeno a me pareva che il “dopo” fosse sempre l’inizio di quella serena unità alla quale ho sempre tenuto più che ad ogni altra cosa. Certo non avessimo mai avuto rapporti fisici, quella unità non sarebbe nata e persino ora soffrirebbe, ma non è sicuramente un caso che col passare del tempo l’ossessione della carne recede per lasciar posto a questa molto più profonda, languida, penetrante nostalgia dell’essere.

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