la lezione di Dacia

  • Mercoledì 2 aprile all'università di Bologna, in via Zamboni 38, corso di laurea in filosofia, all'interno del seminario su "La violenza contro le donne", che è partito il 5 febbraio e si concluderà il 28 maggio,  c'è stato l'incontro con Dacia Maraini.

    Il titolo della sua lezione era "Raccontare la violenza contro le donne". Ha parlato per più di un'ora a braccio e poi ha risposto a un certo numero di interventi. L'aula, la classica aula universitaria di una volta, a emiciclo, era piena e in ascolto silenziosissimo e concentrato.
    Le tante cose che Dacia ha detto le ho appuntate su un quadernino,  e potrò sintetizzarle in qualunque momento. 
    Quello che voglio raccontare, invece, è l'emozione intensa che ho provato guardando entrare ragazze e ragazzi, prendere posto su in alto e poi a scendere, giù,  vicino alla cattedra, mentre  gli ultimi arrivati si ammassavano ai lati di essa o sui gradini che salivano in alto e qualcuno si sedeva per terra ai piedi della prima fila. Non mi sono emozionata perché erano tanti, ma per come erano vestiti, pettinati, per le loro facce, i loro sguardi,  i loro gesti. E' stato come essere ributtata indietro a più di 40 anni fa. Visi acqua e sapone, le ragazze. Visi con baffi e barbetta, i ragazzi, molti, moltissimi. Capelli per lo più lunghi e sciolti, le ragazze. Chiome arruffate, i ragazzi. Magliette informi, jeans o gonne lunghe fino ai piedi, felpe stropicciate, colori malassortiti, sciarpe vivaci al collo, le ragazze. Stivali o scarpe da tennis. Stessa cosa per  i ragazzi, a parte le gonne lunghe. Solo uno aveva pantaloni orientaleggianti, coloratissimi, con il cavallo quasi all'altezza delle ginocchia, da sembrare una gonna. Qualche giacca leggera, tipo eschimo primaverile. Sacche indiane le ragazze, zaini verde militare i ragazzi. Per un attimo, lungo, mi è parso di essere una di loro. Ci si vestiva così allora, le facce erano come quelle, gli sguardi così, attenti, concentrati, addirittura severi, come a dire che si era lì per imparare e non per bivaccare, si era lì per lottare e non per piegare la testa supinamente. I gesti dicevano, come allora, che non si era soli, si era in gruppo, tutti insieme, ci si cercava, ci si aspettava, poi ci si sarebbe confrontati, uscendo.

    Quando sono andata via, fuori mi aspettava la conferma: molti studenti che attaccavano manifesti, che davano volantini, che sistemavano striscioni, che preparavano tappetini e panchetti per esporre bigiotteria di vario tipo. E musica di strada. 
    Poteva essere tranquillamente il '68. Poteva essere il '77. Un disegno gigante al muro di fronte al numero 32, infatti, era il volto di  Francesco Lorusso, vigliaccamente ucciso da un carabiniere l'11 marzo 1977. Francesco è vivo e lotta insieme a noi.
    Ecco. Mi ha commosso esser dentro per due ore a quel mondo di giovani  che ho sentito vibrare di fiducia e di voglia di lottare, come allora.
    Non per com'erano vestiti, ovviamente. Ma per il loro silenzio, per l'attenzione e per l'intelligenza delle domande poste a Dacia Maraini.
    Per l'applauso che non finiva più. 
    Però vederli così simili a me e ai miei amici universitari di allora, così privi di orpelli, così lontani dagli stereotipi preda-predatore, beh, mi ha fatto proprio bene. So bene che la mia è stata un'operazione nostalgia, ma non è nutrimento per l'anima poter riconoscere il bello dove c'è davvero e permettersi di pensarlo capace di estendersi a macchia d'olio? 

1 comment
  • Vita Marinelli
    Vita Marinelli Ovviamente, non per come erano vestiti. Non tutti i giovani hanno come unica preoccupazione quella di 'rottamare' i grandi. A me dispiace quando vengono denigrati come disattenti, inattivi, disinteressati. La tua nostalgia sarà la loro.
    April 6, 2014 - 1 likes this